domenica 19 novembre 2017

Se la specializzazione dei servizi sociali non è l'unica risposta

Di recente si fa avanti una certa consapevolezza del fatto che l'organizzazione dei servizi sociosanitari e assistenziali si fonda su di un assetto esclusivamente professionale, laddove, invece, le risposte più interessanti ad alcuni problemi sociali sono risposte che nascono dalla attivazione dalle comunità: comunità che si prendono cura delle loro stesse sofferenze attraverso risposte non specifiche e non professionali.

Quando pensiamo all'intervento su di una problematica sociale o sociosanitria ci concentriamo sulla risposta professionale specialistica che lo fonda. Di fronte, cioè, ad una problematica sociale o sanitaria (ad esempio:il disagio psichico) concentriamo risposte sanitarie fondate sul mondo dei professionisti che quel problema lo seguono per mestiere
Ci fondiamo - ci viene di fare così - su risposte e professionisti specializzati e professionali: specializzati, perchè il loro compito professionale è di operare specificamente in relazione a quella problematica, professionali perchè lo fanno "di mestiere".
Ora, un intervento sociale o sociosanitario - ma, ritengo, anche sanitario - non funziona se si fonda soltanto su soggetti professionali e e specializzati. 

Ci sono almeno due mondi che non vengono adeguatamente inerpellati che al contrario sono non specializzati e/o non professionali. 

Un primo ambito di soggetti che devono essere coinvolti è quello dei soggetti professionali e non specializzati. Dentro una prospettiva comunitaria prendersi carico di un problema sociale è impensabile senza fare riferimento ai soggetti che ne hanno interesse per lavoro ma non in maniera specializzata. Un centro antiviolenza, ad esempio, deve costruire la propria azione sociale in relazione ai soggetti che sono coinvolti perchè lo fanno per lavoro (professionali) ma non in maniera specializzata, in relazione all'attività di presa in carico sociosanitaria della violenza nei confronti delle donne. Ad esepio, ll maresciallo della stazione dei carabinieri che riceve le denunce, l'infermiere dell'ospedale che è all'accettazione del pronto soccorso,  l'insegnante che insegna al figlio minore della donna vittima di violenza sono i primi riferimenti di un servizio sulla violenza di genere e non mi pare che questo genere di servizi dia normalmente loro l'attenzione che sarebbe utile.

Ma c'è un secondo ambito di soggetti che sono intorno ai servizi sociali e sanitari, i soggetti non professionali e non specializzati. 
E' inconcepibile ad esempio, operare nell'ambito della presa in carico delle persone con bisogni psichiatrici se non si coinvolgono i soggetti che svolgono un ruolo dentro quella comunità in maniera non professionale e non specializzata: il mondo del volontariato, il mondo dell'associazionismo, il mondo del vicinato.
Nel caso della psichiatria, c'è una forte consapevolezza del ruolo che hanno le dinamiche sociali nel produrre segregazione ed istituzionalizzazione, ma poi gli stessi servizi sono insufficienti nella loro capacità reale di attivare reti. Ben inteso: non solo reti "di solidarietà" - come può essere l'associaizone di volontariato che viene a trovarci dentro la struttura residenziali per pazienti psichiatrici che la mia cooperativa gestisce ad Ercolano per trascorrere del tempo libero sereno e "normale".
Ma anche 
il mister del calcetto, che incontra fuori dall'orario scolastico l'adolescente che comincia a manifestare qualche problema, in un ambiente meno strutturato di quello scolastico, o il presidente dell'associazione di volontariato che organizza la pulizia delle spiagge ad inizio stagione.

martedì 14 novembre 2017

Se dopo l'età postmoderna viene l'età moderna

Quale che ne sia il motivo (io ve ne propongo due: i vincoli di bilancio europei e il fatto che ingenti capitali sfuggano alla tassazione perchè abbiamo una economia sempre più fondata su internet) negli ultimi venti anni ci troviamo costantemente a fare i conti con una riduzione della spesa sociale al netto delle pensioni e negli ultimi 10 anche al lordo delle pensioni.

Non ho ancora preso ad analizzare dati in questo senso, ma credo che sia facile dimostrare come la disponibilità complessiva di risorse sui bilanci pubblici - se si escludono l'ingente spesa per interessi e l'inflazione - si sia ridotta negli ultimi 15 anni.

Ad ogni modo, la Repubblica nelle sue articolazioni (Comuni, Province,  Città metropolitane, Regioni e Stato), arretra nel campo della spesa sociale. E l'effetto netto è che il rapporto tra le Istituzioni e le organizzazioni civiche cambia radicalmente. 

La mia convinzione è che la transizione epocale cui abbiamo dato il nome di crisi globale sia un fatto permanente, e non  passa come se fosse un ciclo economico particolarmente duro; un ciclo che poi finisce per tornare in posizione di partenza.
Viviamo piuttosto una transione epocale che sta cambiando i rapporti sociali e l'economia in maniera radicale e duratura.

Come in ogni transizione epocale, dobbiamo mettere le basi per il nuovo mondo che viene dopo: la transizione apre spazi di protagonismo sociale  e di imprea sociale per chi voglia attivare la costruzione di pezzi di welfare, che durino, dico io, per i prossimi due secoli

Siamo chiamati ad organizzare le migliori risorse dei territori, ad attivare esperienze che diano strumenti alle comunità di dare risposta ai bisogni e ai bisognosi che ne fanno parte. Ciò vale per tutti i settori: nella sanità, ad esempio, attraverso le mutue. Ma anche la capacità di finanziare le esperienze nei territori attraverso le fondazioni di comunità.

La transizione cui ho fatto cenno è un balzo indietro nel passato di alcuni secoli: nella seconda metà del '500, ad esempio, Bernardo Giovino avviava quella che sarebbe diventata l'Arciconfraternita dei pellegrini; nella prima metà dello stesso secolo dei nobili napoletani fondavano il Pio Monte della misericordia per affrontare il problema della povertà e più o meno negli stessi decenni altri fondavano il Monte di Pietà per affrontare i danni sociali dell'usura. Napoli è stata indicata come la capitale della filantropia: queste persone non andavano dal sovrano a richiedere un intervento del Regno (oggi diremmo: dello Stato, del comune, della Regione). Si attivavano in proprio, attivavano le risorse, anche economiche e finanziarie che le comunità avevano al proprio interno per affrontare i problemi (i poveri, le vittime degli strozzini, i pellegrini - vagabondi) che le medesime comunità evidenziavano al loro interno. 
Nelle comunità i problemi, nelle comunità le soluzioni.

A me pare che stiamo andando in questa direzione e che, di fronte al bisogno sociale se non ci attiviamo noi, che le comunità le rappresentiamo, si attiveranno - si stanno attivando, si sono attivati - altri, che le comunità le usano al proprio servizio. Il mondo della finanza globale, ad esempio.